#20AnniDiStyle1: auto-rovinarsi i graffiti

In questo post non ti parlerò di come realizzare un’opera di graffiti-writing bensì di come rovinarla.
E non parlo di imbrattamento di un’opera, bensì dei modi più ignoranti che negli anni io e i miei amici abbiamo testato per disintegrare (erroneamente) i nostri lavori su parete.

Citazioni

Negli anni questa usanza è andata (fortunatamente) un poco persa, ma quando nel 1997 iniziai a realizzare i miei pezzi la “citazione” era una componente importantissima, quasi fondamentale, del tuo elaborato. Potrei quasi azzardare a dire che le componenti dell’opera erano considerate principalmente 3: il pezzo in se, la tag (o firma) e la citazione. Poi i più professionali facevano anche gli sfondi, ma la maggior parte degli sbozzi no perché dipingere uno sfondo significava utilizzare molti colori (essendo solitamente grande a livello di superficie) e non si capiva il motivo di “buttare” spray in questo modo anzichè fare un secondo pezzo. Perché solitamente senza lo sfondo fa schifo potrei dire, ora, ma all’epoca la mentalità era diversa, i soldi erano meno e lo sfondo veniva accantonato. Sto giustificando alcuni miei colleghi, personalmente ho sempre fatto pezzi con sfondi.

Ma torniamo alle citazioni o alle frasi ad effetto.
Dopo aver disegnato il tuo bel lettering prendevi uno spray e andavi a scrivere una frase ad effetto o una citazione colta. Talmente colta che nessuno capiva, perché solitamente venivano prese a piene mani dai testi dei Colle Der Fomento, Kaos o DJ Gruff che diciamo, uno dell’ambiente conosce benissimo, ma sono un filino di nicchia. C’è da dire che all’epoca in Italia i testi erano (giustamente) ben più incazzati di quelli attuali e quindi poteva aver senso per un movimento di rottura citare concetti del genere, però boh diciamo che non hanno mai fatto fare “il salto” all’opera.

Peggio faceva chi, oltre a writer, si improvvisava poeta. Ricordo ancora una frase epica in cui c’era scritto “Tu non riesci a leggere cosa c’è scritto, e a me non interessa“. Boh, va bene. Sono 20 anni che ti porto con me dopo il nostro incontro casuale. Nessuno ti ha chiesto niente, però fomentare un poco di casino piace sempre.
Ricordo con nostalgia che i primi lavori, qui a Monfalcone, li facevamo sulle pareti di un oratorio e il sacerdote dell’epoca voleva (anche giustamente) vedere le bozze prima che realizzassimo degli abomini sul suo muro. Dei lavori in se non fu mai molto interessato in realtà (anche perché finché non disegni madonne, peni e svastiche nessuno ha molto da ridire) ma amava trollarci leggendo le frasi di accompagnamento perculandoci a piene mani buttandola sul loro significato filosofico. Visto che era laureato in filosofia. Era tipo prendere a pedate dei gattini, ma faceva benissimo: credo sia stata quella la volta in cui smisi di provare a fare l’Omero del nuovo millennio per concentrarmi su elementi più importanti, tipo lo studio della lettera.

Problematiche

Ti sembrerà assurdo, ma scrivere con uno spray è un casino.
E non parlo di dipingere un pezzo, ma di scrivere “normalmente”. Usare uno spray per fare calligrafia è veramente complesso e servono prove su prove. Anche per un masterpiece serve tempo per imparare, ma hai la possibilità di correggere in corsa eventuali errori: se scrivi a mano libera una lettera composta da un unico tratto no. È one shot. E ai tuoi primi tempi di questa disciplina, una singola lettera sarà alta tipo 20 cm. Questo significa che, a lato del tuo pezzo, compariva un testo che occupava una superficie grande tanto quanto l’opera, scritta di merda e riportando parole che sembravano vaneggiamenti.
Bellissimo.
A questo puoi aggiungere il fatto che, per sentirti rappuso, non andavi a fare lettere in un semplice maiuscolo (o stampatello se ti piace) bensì aggiungevi a razzo di cane loop, glifi, segni casualissimi per rendere le lettere particolari. E il più delle volte nel fare questo colavi e non scrivevi mai orizzontale ma ti partivano righe a caso. L’effetto finale era di uno sbilanciamento assoluto e avevi rovinato tutto, per niente.

Ded to:

L’altra figatissima era il “DED TO:” o meglio il “dedicato a”, da inserire a fine pezzo.
Questo serviva ai neofiti a creare un elenco (non puntato) delle persone che conoscevano all’interno dell’ambiente. Un poco come dire “Yo amico, faccio schifo ma conosco gente mega figa! Devi darmi il rezpekt.“. Il più delle volte con queste persone avevi parlato una sola volta, ma finché qualcuno dei citati non veniva a picchiarti ti dava tono e sicurezza. Nel tempo la pratica è abbastanza scomparsa, rimanendo qualche traccia nelle dediche alle fidanzate o alle crew (di cui però solitamente si indicano solo le lettere iniziali e quindi non fanno particolarmente casino).

In foto:
una mia opera del 1999, realizzata a Gorizia, sopra alla quale si nota una bellissima riga nera di nomi a cui questo lavoro è dedicato.

Tag

La firma finale era un problema, perché gli spray erano differenti ma soprattutto la tecnica era mediamente meno elevata della attuale.
Una tag risultava solitamente enorme e portava più o meno gli stessi problemi dello scrivere le lettere. Perché alla fine sono lettere. Uno dei problemi principali della tag, che abbiamo riscontrato a bestia io e il mio compagno di mille murate Davide Asker è che essendo questo l’ultimo gesto che andavi a compiere sulla parete, veniva fatto con un fondino di spray.
Ti restava un goccio di nero, andavi a firmare STYLE1 ma arrivato a STY finiva il colore.
Ti fermavi, imprecavi, aspettavi che un poco di colore rimanente si depositasse sul fondo, provavi a spruzzare in aria, vedevi che qualcosa usciva, andavi su parete e faceva una linea sottilissima. Ripassavi ma si vedeva benissimo la differenza di tratto dalle lettere precedenti. Ripassavi ancora e a quel punto lo spray sbottava una mega botta di colore facendo una chiazza sul muro e una mega colatura. Al che tiravi giù cristi come se non ci fosse un domani e imbiancavi quella parte di parete. Solitamente il biancone iniziale era finito e quindi realizzavi una pezza di un colore diverso e la tag continuava a uscire, e colare, perché la avevi coperta prima che si asciugasse. Volavano altri santi del calendario, a quel punto andavi a mangiarti un pacco di sfogliatine prima di tornare.
La soluzione, nel 95% dei casi, era dipingerci sopra un mega loop casuale che si collegasse (malissimo) al tuo pezzo, nascondendo l’aborto. L’effetto finale faceva schifo ma nessuno, tranne te, se ne sarebbe mai accorto. Io sono comunque in grado, rivedendo anche foto dei miei lavori di 18 anni fa, di riconoscere i pezzi che mi sono auto-spaccato con la firma, ricordarmi perfettamente gli improperi lanciati, vivere gli stessi attimi di fastidio e riconoscere i loop utilizzati per nascondere gli errori. Questo per farti capire il livello di fastidio che portava questo disagio.

In foto:
si nota come nel 2012 siano scomparse dai miei lavori dediche e frasi di qualsiasi tipo, lasciando spazio solo a una semplice firma.

Stencil

La soluzione, oltre a imparare a usare decentemente uno spray (che non sarebbe male) è non fare più la tag, o firmare utilizzando uno stencil. Lo stencil è una mascheratura come forse saprai: nel 2017 parlare di stencil è molto bello.
Nel 2017 posso scrivere che dipingo su parete e nessuno si indigna, anzi fa figo, ma all’epoca era diverso e tu NON POTEVI fare uno stencil se volevi fare graffiti. Se usavi: stencil, nastro adesivo, righello, bolla, squadrettatura, proiettore, eri una merda e non eri un graffiti-writer. Fine.
Eh, ma.. no. Fine del discorso.
Potevi disegnare “La Cappella Sistina 2 – Il ritorno del Redentore” che ti avrebbero detto “vabè ma hai usato gli stencil e il nastro adesivo. Non è writing. E comunque non riesco a leggere le lettere“.

In  foto:
Asker che si auto-censura, utilizzando uno stencil, un suo pezzo per protesta dopo vari casini emersi in zona circa i soggetti da lui dipinti.

Conclusione

Diciamo che, di base, tutto quello che andavi (o che vai tutt’ora) a fare in più, una volta che l’opera era praticamente finita, nella stragrande maggioranza dei casi rovina tutto. Il colpo di luce, l’ombra, il ripasso dell’outline o dell’overline… tutte quelle cose che ti pensi più che altro perché ti dispiace smettere di lavorare su quella parete porteranno quasi sempre al disastro.

Concludo ricordando che quella della fine degli anni novanta era una scena bellissima nella quale qualunque cosa tu facessi era considerata pessima e quasi nessuno ti incitava ad andare avanti, anzi. Ora non so come sia la situazione perché quando dipingi da 20 anni la gente inizia ad avere un rispetto di default ed un età che è la tua/2 e magari continua a pensare che fai schifo, ma non ha il coraggio di insultarti direttamente. Se vai a vedere i miei pezzi, non a caso, troverai solamente la presenza della mia TAG (semplicissima, praticamente un maiuscolo) e le mie crew. Asker invece, quando non se lo dimentica a casa, usa lo stencil.
Tanto ormai non ci picchia più nessuno.

stailuan

Andrea “Style1” Antoni è un grafico freelance ed un graffiti writer, ambassador di GoPro e Roberto Ricci Designs.
Scrive post a tempo perso e perde tempo scrivendo post, ma vive di grafica. Nel febbraio del 2015 è uscito il suo primo libro “Trova la tua identità su Instagram e condividi foto uniche“, pubblicato da Dario Flaccovio Editore.
Nel 2017 è diventato per tutti “il grafico che gira il mondo fotografando le mazzette pantone” grazie all’improvvisa viralizzazione del suo progetto Instagram #STAILtone.
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