Graffiti-writing: lo stile

Lo stile.
L’ostile.
#20AnniDiStyle1 Atto secondo

Ho iniziato a firmare Style1 non in quanto ritenessi di incarnare lo stile, ma in quanto credo che lo stile sia tutto. Nei graffiti come in tutte le sfumature dell’esistenza.
Non è vero.
È una di quelle balle che si forgiano nel tempo per creare giustificazionismi, anche molto funzionali, ad azioni casuali: un poco come si fa con molte performance artistiche o con trame nulle nella cinematografia. Più c’è casualità più ci sono spiegazioni fasulle.
Iniziai a firmare “Style1” per caso, perché mi piaceva il suono, perché all’epoca si utilizzavano maggiormente parole inglesi rispetto a quelle italiane e -fondamentalmente- perché il nome te lo scegli quando inizi, e quando inizi non ci capisci un cazzo.
E la tag poi non si cambia, mai.

Lo stile nei graffiti è tutto, come lo è nella vita.
Molti anni fa lessi su un libro in cui appresi che alcuni king della vecchia scuola andavano nelle yard (i depositi dei treni) a dipingere in abito da festa, elegantissimi. Questo veniva fatto principalmente per due motivi: il primo è che il miglior modo per essere sgamato dalla polizia è quello di vestirsi di merda, mettendo un cappuccio in testa e andando in giro con uno zaino gigante che tintinna manco fossi la renna di babbo natale. Meglio vai in giro vestito, fingendo come loro di andare ad una festa, meno possibilità hai di essere fermato. Il secondo motivo è che dicevano che se hai stile, devi averlo sempre: nei graffiti come nella vita. E uno che ha stile, deve vestirsi con stile. Non come un pezzente. E devi dimostrare di essere un figo in ogni sfumatura della tua esistenza.
È un dettame molto importante che ho fatto mio: se i tuoi lavori sono fantastici, ma come persona fai schifo, per me vali zero. E te lo faccio capire.
E lo applico nel writing come nei social, dove non seguo le persone tanto in base ai follower che hanno, ma in base al loro stile. Che solitamente non hanno, e infatti non le seguo.

Apro una parentesi (un’altra).
Parlando di King della vecchia scuola intendo il periodo degli anni settanta. Sento infatti sempre più spesso persone saltate fuori dopo il 2005 definirsi “old school“. Non capisco in base a cosa.
Io che sono della buttata della fine anni novanta mi considero nuova scuola, se tu del 2005 sei vecchia scuola boh, semplicemente dici cazzate. È come se, dato che sono nato in provincia di Gorizia, dicessi di essere un cittadino Austro-Ungarico perché prima della Prima Guerra Mondiale qui c’era il dominio degli Asburgo. Non funziona così: sono nato dopo il suo collasso e quindi sono italiano, fine della storia. Uguale per chi è arrivato anni dopo sulla scena e si definisce old school: non è una tua colpa, magari stilisticamente sei Godzilla, ma non sei della vecchia, come non lo sono io. Prenditela con i tuoi genitori che potevano concepirti prima.
Fine del discorso e chiusa la parentesi.

Lo stile è tutto: o ce l’hai o non ce l’hai.

Ma se non ce l’hai puoi costruirtelo, oppure puoi pian piano scoprire di averlo. Come ho fatto io che, come tutti, ho fatto inizialmente dei graffiti terribili, poi sono migliorato facendo dei lavori che prendevano spunto a destra e sinistra prima di raggiungere un mio percorso artistico ben delineato.
Alla base del lavoro del graffiti-writer c’è lo studio della lettera: l’evoluzione stilistica di un alfabeto personale che lo porterà a comporre dei pezzi (masterpiece) unici, distintivi ed irripetibili. Se tu copi semplicemente dichiari al mondo di non avere un cazzo da dire di personale, ammettendo che io faccio una cosa migliore della tua e che quindi hai deciso di replicare.
Ti ringrazio.
Se il tuo pezzo non ha le lettere, può essere una forma bellissima ma non è writing. E tu potresti dire “chissenefrega”, ci sta anche questo, basta che ci sia chiarezza negli intenti.
Se prediligi la composizione finale dell’opera alla forma delle singole lettere, stai cammuffando delle lacune stilistiche con dei loop vistosi ma che non fregano l’occhio esperto.

Mi dicono dalla regia che, in molti campi, sia usuale copiare lo stile di altri dichiarandosi parte di un movimento. Per me la risposta è stocazzo: io sono io, tu sei tu.
Anche perché non mi risulta che nessuno di quelli che ha copiato i miei lavori abbia scritto sulla parete “direttamente ispirato allo stile di Style1“, di conseguenza interpreto la loro azione semplicemente come una mancata voglia di applicarsi, di crearsi qualcosa di personale, per arrivare semplicemente a raccogliere onori e glorie senza fare fatica utilizzando la famosa “pappa pronta”.

Avere stile.

Avere stile non significa necessariamente fare cose che piacciano agli altri.
Secondo me significa avere delle idee ben chiare, un percorso artistico costruito su uno studio intimo e personale, che porta a dei risultati con una chiara linea di pensiero.

Su queste basi ho costruito i rapporti di stima con le persone assieme alle quali dipingo.
Se sei molto più bravo di me, ma copi un altro, non voglio essere partecipe al tuo scempio dipingendoti accanto. Uno dei miei migliori amici, nonché una delle persone con cui ho dipinto più Hall of Fame assieme, è Diego Colussi, noto anche come SLY. Non si offenderà, perché gliel’ho detto spesso e volentieri, ma spesso i suoi lavori non mi piacevano, molte altre volte si. Dipingere una murata assieme a lui sono bestemmie di quelle serissime, ma riconosco nel suo operato uno studio, un pensiero, una filosofia di vita e di approccio al nitro che nella stragrande maggioranza dei writer io non vedo. È relativamente facile essere tecnicamente validi e “stilosi” accodandosi a filoni preesistenti ed accettati dalla scena. Più difficile, e molto, è scegliere un proprio cammino e decidere di tracciare il sentiero anziché seguirlo. E questo è SLY: uno che ha iniziato a dipingere molto prima di me e si è sempre messo in gioco.
Quello che fa può piacere o non piacere: chi se ne frega. Non pratichiamo questa disciplina per venire incontro ai gusti degli altri, lo facciamo per essere noi stessi. È un punto sul quale non possiamo essere intransigenti. A volte smussiamo gli spigoli nel caso di alcune opere su commissione, murate a tema o concorsi di vario tipo, ma non mutiamo.
Perché trovare un proprio stile è onestamente casino, e una volta trovato lo si difende con forza e lo si porta avanti con orgoglio.
Sempre.

È per questo che quando uno trova uno stile diventa ostile: sa quanta fatica ha fatto per raggiungere determinati risultati e vede cosa stanno facendo gli altri per rubarglielo e scavalcarlo.
D’altro canto, e chiudo, ben prima di me ne avevano parlato molto bene gli amici del CONTINGENTE, nel pezzo “cartacarbone” i cui testi restano tutt’ora  validissimi.

stailuan

Andrea "Style1" Antoni è un grafico freelance ed un graffiti writer, ambassador di GoPro e Roberto Ricci Designs. Scrive post a tempo perso e perde tempo scrivendo post, ma vive di grafica. Nel febbraio del 2015 è uscito il suo primo libro "Trova la tua identità su Instagram e condividi foto uniche", pubblicato da Dario Flaccovio Editore. Nel 2017 è diventato per tutti "il grafico che gira il mondo fotografando le mazzette pantone" grazie all'improvvisa viralizzazione del suo progetto Instagram #STAILtone. More info

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