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Il Frapino della discordia

La scorsa settimana mi trovavo in Svezia per realizzare un nuovo graffito presso il ristorante italiano Enoteket, a Norrköping.
Dopo cinque giorni di “duro” lavoro, ho deciso di trascorrere due giornate a Stoccolma prima di volare a casa.

frapino

Capita che un pomeriggio io e la ragazza magenta si decida di andare a prendere un bevarone di similcaffè. Dicesi “bevaroni-di-similcaffè” quelle cose che vendono da Starbuks e affini.
E che onestamente amo.
Molti storcono il naso davanti a questa affermazione, proclamando il primato del caffè italiano: io non credo che i prodotti siano paragonabili, perché sono totalmente differenti. Non parlo di paragonare l’espesso che possono servire nelle nostre città con quelle brodaglie da litro servite in Svezia (li non c’è paragone): parlo di questi prodotti, mix tra frappè, granita e cappuccino che in Italia non hanno un corrispettivo. Alcuni dicono “fortunatamente”; io sono per il libero arbitrio e che ognuno faccia quello che vuole purchè non rompa le balle al prossimo.
E di non rompere le balle al prossimo in questo post si parla.

Insomma entriamo presso Coffee House di Stoccolma, ci mettiamo in fila alla cassa e ordiniamo due Frapino.
Il Frapino non è niente altro che il clone del più famoso Frappuccino di Starbucks.
Pago (un frappuccino coffee caramel) e mi metto in fila.
La fila é un concetto avulso per il popolo italiano, ma esiste in molte nazioni. Mi metto in fila e aspetto con tranquillità il mio turno.
Passano tre minuti e in lontananza si sente “caffè-gaffé-uancoffii-pliiiis“.
Ottimo, italiani in arrivo: scatta il gioco del silenzio.
Il gioco del silenzio, che ci fu tanto caro alle scuole elementari, consiste nel rimanere muti per evitare che altri italici individui ci riconoscano come tali e cerchino di instaurare quella famosa familiarità nazional-popolare che esiste all’estero e che io non capisco.
Magari sbagliando eh, ma non sento necessità di fratellanza nazionale.

coffeehouse frapino

Insomma arriva questa ragazza, paga la sua ordinazione, salta la fila -non per cattiveria, semplicemente perché il concetto é file not found nella sua mente- e inizia a chiedere “Caffé? Gaffé? Dov’é il mio caffé? Uerismaicoffi?“.
Sbarella a bestia, nonostante abbia pagato da 8 secondi e tutti gli altri siano in fila da 5 minuti.
Non si accorge minimamente che al suo lato ci sono una decina di persone che stanno aspettando prima di lei il caffè e che la guardano straniti.
Inizia ad andare avanti e indietro come una folle, a destra e sinistra, il suo moto é talmente incredibile che non é possibile non pensare alla famosa particella di sodio dell’acqua.
Nel suo degenero alla fine prende un frapino a caso e se ne va.
Era il mio.
Non c’era dubbio alcuno.
E a me viene offerto un frapino moka (il suo) e mi tocca così aspettare ulteriori minuti per avere quello giusto che avevo ordinato.

Probabilmente lei starà lodando il locale per la rapidità del servizio, o più facilmente non si sarà accorta assolutamente di nulla, io invece ho scelto di spendere questi pochi minuti della mia vita per perpetuare nei secoli la sua ignoranza.
Si, avrei potuto ammonirla scatenando però molto probabilmente un casino epico, ma onestamente credo che per un caffè non ne sarebbe valsa la pena.
Ah, non dimentichiamo che un frapino costa 42 corone: poco meno di 5 euro.
Alla faccia.

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1 Comment

  • Reply
    Ho visto la sposa Mortadella | Pensieri & Caffelatte
    28 Ottobre 2014 at 08:25

    […] E poi non ci vai più. Così capita che negli ultimi 10 anni a Bologna ci sei stato due volte e in Svezia cinque. Ad ogni modo, ci ho girovagato per due giorni -con sguardo attento a bestia- e sono pronto […]

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