La ballata dei TRETTER

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Ci sono cose che dai per scontate, o semplicemente che sono così e basta.
Non ti poni il dubbio che la mattina ci sia l’alba e al tardo pomeriggio il tramonto: un poco perché te lo hanno insegnato, un poco perché ne hai avuto l’esperienza. E non c’è motivo per pensare sia altrimenti.

Capita così che un giorno ti avventuri in un negozio di scarpe lontano da casa, fuori regione (abito in Friuli Venezia Giulia) e al commesso che inavvertitamente ti chiede “cosa desidera?” rispondo candidamente che ti serve un paio di TRETTER numero 42-43.
Il commesso sbianca.
Tu lo guardi.
Lui ti guarda.
Tu gli sbatti le palpebre.
Lui sbianca ancora, prende coraggio e ti domanda “Prego?“.
Tu pensi sia stordito, e ribadisci che ti serve “Un paio di tretter numero 42-43“.

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È una domanda molto semplice, quale sarà mail il problema: non avranno il numero?
No, semplicemente non esistono al mondo. A meno che il tuo mondo non sia un piccolo lembo del Friuli Venezia Giulia.

Scopri così che quelli che in Italia chiamano “scarpini da calcio” non si chiamano TRETTER. Che Tretter non è il loro nome proprio, e non è nemmeno una parola straniera (molti infatti li chiamano “i tretterS” perché sono due). E allora che cacchio è?
Non lo so.
Cerchi su Google e non ci sono risultati, però a questo punto è probabile sia una parola di provenienza austriaca , dato che qui -fino a cento anni fa- era Austria. Un lontano indizio è il fatto che il sito Tretter.com rimanda a un sito di scarpe tedesco. E io mi vedo il nonno che porta in nipote “a comprar un per de scarpe de balòn da Tretter” che magari era un calzolaio dell’epoca. Ma io sono una persona che si fa mega-viaggi mentali, basando teorie sul nulla, però piene di sentimento.
Avevo sempre pensato che il termine fosse di derivazione onomatopeica, legato al rumore che i tacchetti fanno camminando su una superficie dura diversa dall’erba del campo da calcio (trr trr trr tretter).
Magari è così. Probabilmente no.

Resta il fatto che è una di quelle scoperte incredibili che ti segnano, tipo che Babbo Natale non esiste. Solo che mentre quello ti è stato svelato prima dei 10 anni, qui ne avevi abbondantemente più di venti. E lo hai saputo per caso.
Ho posto il quesito sul mio profilo facebook e tutti i miei conterranei sono caduti dal pero:”ah ma veramente non è il loro nome proprio?” è stata la risposta media. Gli altri invece hanno detto che, in effetti, TRETTER è una parola molto fiqua.
Ci sta dai: quanta più potenza ha il termine TRETTER rispetto all’anonimissimo “scarpini da calcio”.

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È un nome che evoca potenza, importanza, corse su campi di terra battuta, tibie rotte e palloni di stracci spazzati contro il campanile (e prelati che corrono dietro ai bambini urlando di tutto). È un nome pulito e inequivocabile che sa dello sporco del fango invernale e della polvere estiva dei campetti di paese, quelli che l’erba non l’hanno mai vista e mai la vedranno.

Ebbene si signori: i TRETTER sono i TRETTER, gli scarpini da calcio sono cosa per fighetti.
E sono neri, non fosforescenti come quelli che vengono venduti adesso. Possiamo discutere sui tacchetti (di alluminio o di gomma), ma non sul colore.
E sono per sempre, perché il primo paio di tretter non si scorda mai.

Aggiornamento

La rete ha grandi potenzialità, e così via twitter e facebook gli amici Fabio Gentile e Paolo Zuliani mi hanno segnalato la medesima fonte circa la probabile (anche se non certa) derivazione del nome. Si tratta di un articolo del Messaggero Veneto, dal titolo “Quando il football diventò il gioco più bello del mondo“, scritto nientemeno che da Bruno Pizzul dal quale estrapolo questo passaggio

Singolare poi il fatto che nelle zone del Friuli Venezia Giulia rimaste fino al 1918 sotto gli Asburgo, ancor oggi le scarpe da calcio siano chiamate tretars o tretari nella versione triestina, vocabolo sconosciuto altrove se non per sentito dire nelle aree circonvicine. Accurati studi hanno acclarato che una parola, più o meno analoga, era usata dai militari austroungarici per indicare le scarpe da fatica utilizzate in caserma, non per la libera uscita: evidentemente con quelle prendevano a calci il pallone nelle loro partite interne e i civili stessi ne appresero il significato. La ricostruzione degli eventi bellici e la descrizione dei campi di battaglia sono molto accurate, roba degna di un manuale di arte militare. La lettura è comunque resa coinvolgente dalla maestria nel dipanare il testo in una continua simbiosi tra mondo del calcio e della guerra, in un intersecarsi di vicende ai nostri occhi quasi incredibili.

Per leggere tutto il resto di questo articolo molto interessante, clicca qui.

stailuan

Andrea "Style1" Antoni è un grafico freelance ed un graffiti writer, ambassador di GoPro e Roberto Ricci Designs. Scrive post a tempo perso e perde tempo scrivendo post, ma vive di grafica. Nel febbraio del 2015 è uscito il suo primo libro "Trova la tua identità su Instagram e condividi foto uniche", pubblicato da Dario Flaccovio Editore. Nel 2017 è diventato per tutti "il grafico che gira il mondo fotografando le mazzette pantone" grazie all'improvvisa viralizzazione del suo progetto Instagram #STAILtone. More info

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Commenti dal faccialibro


3 Responses

  1. Mannaggia, tu non ci crederai ma io da quest’anno ho iniziato ad allenarmi con la locale squadra che fa il campionato degli amatori, e una sera con noi c’era un ragazzo friulano… Se ricapita gli tiro fuori questa storia per fare il figurone.

    • Stailuan ha detto:

      occhio che però rischi che non ne sappia nulla 😀
      è emerso che è una parola legata alla provincia di Gorizia, non al Friuli Venezia Giulia, in quanto legata probabilmente ai soldati austro ungarici che qui c’erano, altrove no 🙂

  1. 21 Settembre 2016

    […] mi sento in colpissima: più che se avessi dato una pedata forte forte, con gli scarpini da calcio (che ormai sai che si chiamano TRETTER) sporchi di fango, ad un coniglietto bianco bianco e battufoloso mentre mangiava felice la sua […]

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