Pensieri & Caffelatte

La mia storia in bicicletta

Amo la bicicletta, l’ho sempre usata.

La mia prima bici mi venne regalata da uno zio.
Narra la leggenda che questo zio, per motivi che ora non ricordo, promise di regalarmene una se fossi stato buono. Quando ci rivedemmo tempo dopo io chiaramente la reclamai, ma la bici non c’era, probabilmente era una di quelle promesse che si fanno a caso ai bambini, o semplicemente se n’era dimenticato. Fatto sta che rimediò comprandomene una.
Ce l’ho ancora in cantina: è bianca e rossa, con le ruote piene, grande come uno Schnawzer nano.
Imparai a restare in equilibrio scendendo una discesa ripidissima. O almeno nella mia memoria lo è, dato che in realtà si trattava del passo carraio di casa mia.

 

Fu poi il turno di una splendida BMX.
La ricordo ancora, era magnifica: il telaio era blu metallizzato e tutti i componenti erano bianchi (non era quella della foto). I pneumatici, le ruote a razze (in plastica!!), il manubrio, le manopole. Tutto bianco.
Aveva dei pedali di plastica devastanti che per fare aderenza sulle scarpe, invece che essere lisci, avevano la superficie cosparsa di punte. Ogni volta che per un qualche motivo ti sfuggiva un pedale, te lo ritrovavi dopo un istante a conficcartisi nel polpaccio o a grattuggiarti la tibia.

Ma lì avvenne il grande tradimento: tutti i miei amici iniziarono a comprare le mountain bike, che iniziarono ad andare di moda in Italia, e da bravo bambino scemo nacque il mio odio verso la mia fida BMX. Fu venduta a conoscenti e io ebbi la mia prima MTB.
Non avrò mai pace per questa cosa.

La nuova bicicletta era una splendida Torpado: pesava come un cancello (e lo era), era colorata con colori fluorescenti spruzzati a cazzo e aveva ben 18 rapporti. All’epoca i colori fluo a cazzo andavano di brutto. Come tutte le novità, quando si sperimenta si fanno sempre degli abomini, poi si impara e si torna nei ranghi trovando nel semplice e nel minimale il giusto. Pensiamo ai siti internet dei primi tempi, con gif animate assurde, sfondi clamorosi e pattern devastanti. Ora grazie a dio, e ai web designer, ci stiamo dirigendo verso un web più pulito, anche se si sa che l’uomo tende al male.

Con questa Torpado conobbi superficialmente il mondo della bicicletta, ma la passione scoppiò attorno al 1994 e ho un mix di ricordi tra l’astro nascente di Pantani e la canzone “il Bandito e il Campione” di De Gregori. Inoltre il Giro d’Italia passò nella vicina Slovenia e mio padre mi portò a vederlo.

Mi venne regalata una Legnano, la mia prima bici da corsa. Era dipinta con due differenti viola metallizzato, il cambio era sul telaio e io ero grasso come un maiale. Praticamente ero un kebab che pedalava. Ciononostante avevo grande passione e decisi di praticare finalmente uno sport a livello agonistico: sarei diventato un ciclista e magari avrei partecipato al Giro d’Italia.

Il primo anno di Ciclismo su strada fu un disastro.
Avevo paura a stare in gruppo, ero grasso e non allenato: inanellai solo ritiri (alla prima gara oltretutto mi schiantai di brutto rotolando su uno sloveno caduto davanti a me). Riuscii a finire solo l’ultima corsa della stagione, e non per merito ma perché la correvamo in casa, conoscevo il percorso e quindi chiesi all’auto-scopa (delegata a tirar su i ritardatari, dopo il suo passaggio la strada viene infatti riaperta al traffico) di farmi continuare. Arrivai con 45 minuti di ritardo dal primo, ma arrivai.

Non demorsi, feci preparazione invernale e arrivai in primavera con 12 kg meno dell’anno prima e chilometri  e chilometri nelle gambe: andavo come un treno. Iniziai a finire le gare ma mi piazzavo sempre nel primo range di posizioni non premiate: se arrivavo nei 20 premiavano i primi 15, se arrivavo nei primi 15 il premio arrivava fino al decimo. Non ero un campione, era evidente, ma avevo tenacia. Dopo un inizio sprint anche questa stagione andò a remengo e, visto che con il passaggio di categoria aumentavano i chilometraggi delle gare (e quindi degli allenamenti), rendendo difficile lo studio decisi di passare alla mountain bike.

Correre in mtb non è più semplice, ma i percorsi sono più brevi e all’epoca per quanto il movimento fosse in crescita era ancora un poco uno sport pionieristico. C’erano gli junior certo, ma in via di massima era ancora lo sport dei ciclisti che dopo i 35 anni invece che mollare, prolungavano la scia di vittorie sullo sterrato. Un poco come fu in passato per il calcio a 5 (che praticai anni dopo) e i calciatori di calcio a 11. Il primo anno vissi di rendita degli allenamenti da stradista, mi allenavo poco ma concludevo a metà classifica le corse: era un buon compromesso.

Usavo una MTB della Dart, era tutta rossa e si chiamava Red Star. Io la ribattezzai Red Star Beograd, Stella Rossa Belgrado, squadra che in passato nell’Europa calcistica che conta si era fatta conoscere.
Ce l’ho ancora, anche se non la uso più perché ormai è distrutta, ma non posso sicuramente buttarla. Con lei partecipai a gare epiche quali la Beach Bike Cup di Lignano Sabbiadoro (una gara in cui si correva nella sabbia, nel bagnasciuga e tra i pineti), la scalata del Monte Lussari fuoristrada e mezzo Cammino di Santiago.
Mezzo cammino perchè quando arrivai ad Astorga, in Spagna, dopo 500 km dalla partenza, mi ammalai così tanto che un giorno credetti di morire e volli fare testamento. La mia morosa dell’epoca si rifiutò di scriverlo. Tornare a casa alla rapida con le bici appresso era un disastro, pensai di abbandonarla li (la bici, anche se forse avrei potuto fare la combo con la morosa) ma non ci riuscii. Tolsi, manubrio e pedali e la feci spedire da MailBoxes etc in Italia. Il tutto costò 160 euro e il velocipede arrivò a casa 3 giorni prima di me, quindi ricordate in caso di spedirvi assieme che fate prima.

Non dimenticherò mai che per sganciare i pedali chiesi in prestito gli attrezzi a degli altri pellegrini spagnoli, ma erano talmente incastrati dallo sporco che per toglierli rovinai le loro chiavi. Feci finta di nulla e le restituii. Il giorno dopo i simpatici pellegrini mi avevano ripagato fregandomi la mia adorata sella Flyte, pagata 190 mila lire nel 1997.

Ad ogni modo il ciclismo costa tempo e fatica, ci sono gioie si, ma la fatica è tantissima e così vuole una storia narrata da mio padre che un giorno, dopo una cronometro ad Aquileia in cui corsi malissimo soprattutto per uno sbaglio di valutazione dei pneumatici, tornai a casa, misi via la bicicletta e non la toccai più per mesi.
Non ho alcun ricordo di questo fatto, è comunque evidente che da quel giorno non corsi più alcuna gara.

L’amore per la bicicletta restò, e resta tutt’ora intatto: anni dopo comprai una Scapin da corsa per uscire ancora a fare qualche allenamento e continuo a preferire l’uso della bicicletta a quello dell’automobile per i piccoli spostamenti.
Con anni di lavoro sedentario sono nuovamente grasso e pedalare in salita è tornato ad essere un incubo, ma il bello della bicicletta è anche questo: quando sei in salita e non ce la fai più, sai benissimo che se tieni duro, dopo quella curva, finalmente finirà l’ascesa.
E ne inizierà un altra 🙂

You Might Also Like

1 Comment

Leave a Reply