Grafica Instagram

La vera storia di Cose Brutte Impaginate Belle

Il mio profilo Instagram @CoseBrutteImpaginateBelle ha raggiunto l’impensabile traguardo dei 14mila followers e ho deciso di rispondere in via definitiva a una domanda che mi è stata posta spesso (Quando uno status inizia con “in molti mi hanno chiesto” significa che non lo ha chiesto nessuno. Auto-cit) del “Come è nata questa idea“.

La morte

Il progetto delle Cose Brutte Impaginate Belle è nato dalla morte.
La mia.
Quella interiore perlomeno.
Oddio, un poco triste e nichilista lo sono sempre stato, lo ammetto -e chi mi conosce lo sa bene-, ma lo scorso anno (il 2018) è stato senza dubbio il peggior anno della mia vita. L’anno in cui ho avuto la meravigliosa idea di lasciare la morosa dopo più di nove anni di relazione, pentirmene praticamente subito, e ritrovarmi in una (giusta) disperazione assoluta. Depressione? Forse. Però in Helvetica.

In molti mi hanno detto (Quando uno status inizia con “in molti mi hanno chiesto” significa che non lo ha chiesto nessuno. Auto-cit) “È dai periodi più bui che gli artisti creano le cose migliori“.
Si, ok, può essere anche vero. Ma io non sono un artista.
E comunque stocazzo: preferivo non sviluppare progetti belli ma essere più felice, anche perché comunque i progetti belli li sviluppavo di già.

Come va? Male.
Però in Helvetica.

Tutto questo preambolone era necessario per calarvi nella situazione da dove nacque tutto, cioè dal giorno in cui per caso (come quasi sempre nella mia vita) realizzai questa composizione scema con scritto “Come va? Male. Però in Helvetiva Neue“. È una frase semplicissima, ma piena di significato.
Quando ti domandano “Come va?” le persone in realtà non vogliono saperlo, vogliono semplicemente mettere la discussione su dei binari sicuri e viaggiare il più velocemente possibile verso il vero fulcro del discorso. Non rispondere “bene, grazie. E tu?” è inatteso e tendenzialmente non desiderato.
Con questa impaginazione ho voluto semplicemente palesare nel web, sulla mia Fan Page su Facebook, che non andava bene proprio niente, anzi: andava proprio male (non che ora vada benissimo).
È una cazzata, ma fa fragore perché stride e impatta su una frase fatta che siamo abituati a sentire sempre uguale, da sempre.
E poi c’era la chiosa “Però in Helvetica Neue“, che altro non è che il carattere tipografico  che ho scelto per impaginare il tutto.

Stile. Sempre.

A 39 anni compiuti sto ormai diventando vecchio, vecchissimo: faccio anche spesso molte docce in più perché ho paura di puzzare. Come i vecchi. Tanto per capirci.
Insomma una delle peculiarità dei vecchi è quella di raccontare storie pallosissime, ma tendenzialmente formanti, sul loro passato. E io non sarò da meno, e ora ve ne racconterò una.
Quando ero giovane e pieno di speranze, leggevo un sacco di libri sul fenomeno dei graffiti-writing (di cui sono esponente da 23 anni ormai) e in uno di questi, di cui non ricordo il titolo, mi rimase un concetto che è stato fondante in tutta la mia vita successiva, e si trova nel concept di @cosebrutteimpaginatebelle.

I primi king old school della scena dei graffiti-writing andavano in yard (il deposito dei treni) per dipingere vestiti in pelle come se andassero ad una festa.
Questo era dovuto a due motivi principali. Il primo è che se sei vestito da pezzente la polizia ti sgama a 100km che potresti essere potenzialmente un problema, se poi sei di colore negli anni in cui loro dipingevano “ciao proprio”, il secondo è che se sei il King sei un modello. Se sei un King devi avere stile. Ma non devi avere stile solo nel momento in cui dipingi. Lo stile è sempre ed è ovunque: dal come ti comporti, dal come ti poni, dal come ti vesti. Altrimenti non sei un cazzo.
E questo è diventato dettame fondamentale della mia vita: STILE, SEMPRE. Poi ogni tanto – purtroppo – ho delle cadute roboanti anche io, ma devi puntare alla Luna per fare in modo che lo stolto ti guardi il dito, no? Ecco svelato il fondamento di Cose Brutte Impaginate Belle.
Ragazzi: va tutto una merda, però con stile.
In Helvetica, il font (o la font? uccidiamoci.) più amato da quasi tutti i graphic-designer.
Ironia, semplicità, minimalismo grafico e stile.

Gli inizi

Le prime condivisioni andarono su facebook, non avevo pensato di aprire il mio ennesimo profilo Instagram e non avevo minimamente pensato al fatto che questa saga (in divenire) potesse avere delle potenzialità. Era mera esternazione di fastidio, con ironia e stile. Però piacque abbastanza e così continuai a realizzarne di tanto in tanto: quando mi veniva in mente una frase dignitosa la scrivevo e la postavo. Nella primavera del 2019, dato il crescente “successo” di queste immagini, decisi di aprire il profilo Instagram che, giorno dopo giorno, ha iniziato a mietere consensi, like e followers.

Il ritorno

Per quanto Instagram mi abbia dato fama internazionale, ci sono arrivato dopo aver provato un poco tutte le piattaforme social e Twitter è stata quella che ho amato di più. Con questo profilo, in pratica, ho portato Twitter su Instagram. Certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano.
Perché alla fin fine le frasi che pubblico non sono niente altro che dei tweet, messi in forma grafica.
L’impatto, e la soddisfazione, di questo profilo hanno fatto si che mettessi addirittura in secondo piano il mio storico progetto #STAILtone per seguire maggiormente questo. Anche perché farlo è veramente divertente, e mi seguono delle persone che definire geniali è poco.

Il funzionamento

Dopo essere stata aperta, la pagina ha casualmente intercettato da subito una nicchia di pubblico precisissima: è seguita principalmente da persone legate al mondo della grafica, dell’architettura e del design, in una età compresa tra i 19 e i 40 anni, tutte italiane. Il profilo @stailuan invece ha età disparate, occupazioni varie, nazioni di provenienza di tutto il globo: insomma ha una gestione molto più complessa.
I temi trattati sono legati al disagio del mondo della grafica, ma non solo: la distruzione delle inutili frasi motivazionali e delle frasi fatte utilizzate da influencer e social-cosi sono da sempre state un mio grande passatempo. Ora qui lo posso semplicemente convogliare megliko.
In foto: quando “è tutto una merda” finì nei popular di Instagram alla voce “Milano Fashion Week“.
Voi che avete paura che le grafiche siano troppo bianche: vedete quanto spicca?

Il watermark

La grafica iniziale non prevedeva l’uso del watermark (o filigrana) nello sfondo.
Perché essendo “impaginata bella” non poteva avere (filosoficamente parlando) un watermark che rompesse le balle.
Poi in seguito al furto clamoroso da parte di mezzo internet della frase (Non può piovere per sempre. Tranne a maggio 2019. A maggio 2019 può piovere ogni cazzo di giorno…), che avete visto rubata e repostata da chiunque senza attribuirmi alcun credits , aver passato una domenica pomeriggio a compilare moduli di segnalazione violazione di proprietà intellettuale e aver scoperto che sia su Instagram che Facebook (che alla fin fine è lo stesso) se segnali che ti rubano una fotografia la rimuovono, ma se segnali che ti rubano una frase impaginata in grafica non fanno niente perché a loro dire “non c’è diritto d’autore“, ho deciso di sporcare il bianco con questo pattern.
Che difende ben poco dai ladri infami di like che non siete altro, ma almeno obbliga le persone a lavorarci un poco prima di rubarla, mentre prima tagliavano il “però in Helvetica” (probabilmente nemmeno capendo cosa significasse), e buona notte. Ora almeno devono fare qualche passaggio in più o ricopiarsele.

Il calendario

Per quanto il progetto non abbia alcun fine di lucro, ho deciso di creare un calendario 2020 (con le frasi più carine scritte fino ad ora), che su consiglio della mia amica Simona ho chiamato calenDISAGIO, che è andato ad affiancarsi agli storici #STAILtone e #BeHappyProject, e che è in vendita sul mio sito.
Più che una mossa imprenditoriale è uno strascico del mio essere writer: mi piace pensare che un mio lavoro sia da qualche parte, lontano da me, visto da altri. Che poi non è fondamentale si sappia sia mio, è proprio una questione di visibilità: cosa che mi piace molto avere, ma con la quale non mi pagherete mai. Il cash è sempre il cash, che sia in Helvetica o in Comic Sans.

Questo, a novembre 2019, è tutto.
Non è molto, ma è un lavoro onesto.

 

NB.
Il titolo “La vera storia di CoseBrutteImpaginateBelle” non è dovuto al fatto che esistano storie false in merito a questo progetto, bensì è un omaggio al film “La vera storia di Babbo Natale” che vidi da piccolo, non centra niente e, anche per questo, rende il tutto ancora più bellissimo.

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