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L’asciugatrice a gettoni.

Stamattina, da buon salutista quale non sono, stavo correndo sul mio amato tapis roulant.
A parte il fatto che sono arrivato alla conclusione che il Tapis Roulant sia il peggior nemico dell’uomo, e che sia in grado di portare più alienazione che un’invasione dei Visitors, lo uso guardando le calorie che brucio e pensando a cosa posso mangiare dopo grazie alle calorie distrutte. Che non è un approccio un granchè giusto, però è un tipo di approccio come un altro insomma.

Mentre correvo su questo nastro trasportatore manco fossi una valigia in aeroporto, ho visto la coperta adagiata sopra al divano e mi son detto “oibò, dovrei tipo lavarla perchè l’ultima volta che l’ho usata sono quasi morto per allergia“. Facciamo una premessa, non è che da me stia per scoppiare una crisi umanitaria o che non venga mai pulito niente, semplicemente sono allergico alla polvere e ogni tot rischio di morire. Tutto qui, niente di grave.

Insomma abbiamo un problema: coperta da lavare (e asciugare).
Abbiamo un ostacolo: sul Friuli Venezia Giulia in questi giorni imperversa un tempo tristissimamente grigio e umido e siamo in giorni di feste e quindi è tutto chiuso.
Abbiamo la soluzione: la lavanderia a gettone.

Detto questo mi sono ricordato che solo una volta ricorsi a questo tipo di lavanderia, e fu in Danimarca. No, non sono qui per fare lo spocchioso tipo “ah, da quando sono andato in Danimarca, non mangio più biscotti perchè quelli erano di un livello di pasticceria inarrivabile in Italia” oppure ancora peggio “Da quando sono stata 4 giorni a Londra non riesco più a pensare in italiano, mi viene spontaneo l’inglese” (le frasi non me le sono inventate, mi sono arrivate agli orecchi nel corso di dialoghi veri con interlocutori realmente esistenti). No, è che semplicemente l’aneddoto spacca.

Capita che se vai in agosto a Copenaghen faccia il freddo delle bestie e piova manco fosse Gorizia a Novembre. E a Gorizia a Novembre vi assicuro che piove a manetta. Non che piova continuamente, semplicemente c’è il sole, poi alzi la testa e dici “Guardate! In fondo, all’orizzonte, ci sono delle nuvolette!” Dopo 3 minuti queste nuvolette sono arrivate a 300Km/h sopra la vostra testa, sono enormi, nere e portano un temporale clamoroso.
La cosa buona è che come se ne sono arrivate se ne vanno anche via. Il problema è che nel mentre vi hanno scaricato l’Atlantico in testa e comunque dopo 2 ore e mezza succederà di nuovo.

Se voi siete come me, improbabile vi ritengo più furbi, non vi siete portati niente per la pioggia in primis perchè è estate, in secondis “perchè a me la pioggia fa una ricca pippa” in terzis perchè “fa peso e posso portare massimo 10 kg in valigia senza pagare sovrapprezzo”.
Ad ogni modo con il temporale che ci siamo presi noi, solo se vi foste portati i trombini avreste trovato salvezza. Esiste trombini in italiano? Non so. Ad ogni modo “trombini” means “stivaletti di gomma” in italiano. Dalle mie parti li chiamano trombini, ignoro la genesi della parola.

Io e i miei temerari compagni di vacanza ci siamo trovati sotto al temporale delle bestie “Temporalksglund” in danese (improbabile, ma mi piace pensare che si dica così) e ci siamo potuti difendere solo con i famosi impermeabili dal tipico aspetto di sacchetti dell’immondizia, comprati a Legoland. Nella foto allegata vedete a sinistra una immagine scattata da me, all’interno del sacchetto. Davanti a me Asker e Mei che lottano contro le intemperie. Che poi a dirla tutta i sacchetti hanno anche funzionato bene eh, ci siamo solo inzuppati mezza gamba, il problema sono state le scarpe, bagnate fino al inimmaginabile.

La mattina dopo, ci siamo svegliati, ci siamo vestiti, abbiamo preso le scarpe che hanno passato la notte ad asciugarsi e… ciao. Bagnate più della sera precedente. Da qui il dramma: che fare?
Il primo tentativo è stato utilizzare il phon dell’ostello + nostro phon ma è stato praticamente inutile.
Senza cadere nella disperazione abbiamo deciso di cercare una lavanderia a gettone con foursquare e trovatala io e Asker ci siamo messi in viaggio. In pantofole.
Dopo esserci persi 3 volte nonostante il tragitto fosse “facilissimo” siamo arrivati alla meta dove, chiaramente, si poneva la problematica di far funzionare un macchinario che non conoscevamo e riportava solo istruzioni in danese. Fortunatamente una tipa che ha capito la nostra disperazione e ha intuito che non fossimo dei violentatori ma solo dei decerebrati ci ha spiegato come fare. Non abbiamo capito benissimo le sue istruzioni ma comunque siamo riusciti a metterlo in moto: lo abbiamo caricato con 4 paia di scarpe, abbiamo messo dentro gli spiccioli, premuto dei tasti quasi a caso e il gioco è fatto.

Un rumore devastante si levava per l’aere. Provate a immaginare 8 scarpe sballottate nel cestello di una mega asciugatrice, che si tuonano da tutte le parti e sbattendo, oltre a far casino, aprivano lo sportello continuamente, tanto da rendere necessario che a turno uno di noi due lo tenesse chiuso (vedi foto).
Avevo anche uno splendido filmato della situazione ma al momento risulta introvabile.
Una situazione assurda, tenutasi in terra straniera, tra lo stupore generale ostentando una nonchalance talmente grande da farla passare agli altri quale un’evento banale e normale come il giorno e la notte o le patatine con il ketchup.

Il resto è storia nota: le scarpe non si asciugarono mai del tutto, però abbastanza.
Le mie, bianche e celesti, diventarono in più punti magenta.
Vedremo cosa succederà con la mia coperta.

 

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1 Comment

  • Reply
    mattia
    6 Marzo 2015 at 13:38

    il discorso “Da quando sono stata 4 giorni a Londra non riesco più a pensare in italiano, mi viene spontaneo l’inglese” è abbastanza vero per alcune persone. quando ci si trova in un ambiente in cui la lingua non è la propria il cervello inizia a frullare di brutto per adeguarsi al contesto.
    son stato in germania per pochi giorni ( tipo una settimana, non ricordo ) da solo e non parlo tedesco ed ero ospitato in una casa in cui si parlava praticamente solo tedesco, ma al ritorno mi sembrava di essere spastico a parlare la mia lingua. mi son serviti un paio giorni per tornare alla normalità e di tedesco ho imparato 10 parole in croce.

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