Instagram Pensieri & Caffelatte

Le Stories di Instagram hanno (già) rotto il cazzo

“Ciao, mi chiamo Andrea, sono conosciuto sui social come @stailuan, ho 66k di followers in discesa (perché non li compro e non uso i bot) su Instagram e sono conosciuto in mezzo mondo per il mio progetto fotografico #STAILtone.
E le Stories mi fanno schifo al cazzo.”

“Ciao Andrea.”

Così inizierà il mio discorso quando parteciperò finalmente a un gruppo di disintossicazione da Instagram e dai Social Network. Quando finalmente deciderò di smetterla di vivere di grafica e comunicazione e passerò finalmente a fare un lavoro serio: il panettiere. Un mestiere che mi permetterà di lavorare di notte, dormire di giorno, non vedere quindi nessuno mai, e creare una cosa bella e buona che farà felice me e gli altri. Altroché battagliare per realizzare loghi, formattare decentemente testi e pigliare 4 like messi in croce sulla piattaforma dei gattini.

Ho un problema, cioè ne ho tanti, ma ne ho uno in particolare con le Stories di Instagram: mi fanno schifo. Mi fanno schifo le mie, mi fanno schifo le vostre.
Le trovo imbarazzanti a livelli epici e, solo in alcuni casi, hanno veramente dignità di esistere.

Le Stories sono tendenzialmente nate su Snapchat, piattaforma usata dagli under 16, e sono state copiate e buttate su Instagram come si lancia il mangime alle galline. Ottenendo gli stessi risultati. Dell’aia con le galline intendo, non della fruizione dei 16enni che invece ne hanno maggior consapevolezza.
Igers over 40, già saturi di ego, hanno iniziato a fare i divi all’ennesima potenza mostrandoci scorci delle loro vite di cui non ce ne fregava un cazzo e, in realtà, mai avremmo voluto vedere.
Siccome il voyeurismo è il profumo della vita, hanno attecchito a manetta, sono diventate standard e così a profili con composizioni precise, calibrazioni delle luci perfette, utilizzo dei colori che Caravaggio scansate, ci troviamo a vedere in parallelo il medesimo autore che nelle stories di mangia la carbonara in mutande ruttando. Perché fa figo.
Ma anche no. Però si: engaggia.

Allora boh, niente, mi sa che per la prima volta nella vita sono vecchio.
Dopo 21 anni di internet e social network, nei quali sono sempre stato una piattaforma avanti rispetto alla concorrenza, mi trovo a non capire, a rincorrere e a tirare madonne con la catapulta perché questa tendenza mi fa schifo.
È un atteggiamento da vecchi il mio, dai: ne sono consapevole.
Quando pensi che una volta era meglio e che ora fa tutto schifo, significa che sei diventato vecchio. Anche se hai ragione a carrettate comunque, perché considerare le Stories come cloache di megabite rubati all’agricoltura mi sembra il minimo sindacale.

Sento criticare continuamente la programmazione televisiva, con Grande Fratello e Barbara d’Urso costantemente sul banco degli imputati. E ci sta benissimo, vi supporto a bestia in questa crociata, fratelli e sorelle, ma poi apro le stories e vedo una mamma a caso che mi racconta infervoratissima che stamattina il suo erede ha avuto un attacco di colite e ha ridipinto a spruzzo la parete della cameretta.
Minchia zia, il disagio.
Segue il “sondaggione” in cui viene chiesto alle altre madri la situazione intestinale dei pargoli.
E li scatta la gara a chi la spara più grossa, la risposta, e partono like, cuorazioni, mention, repost e stomminck.
Ma questo è da considerarsi veramente engagement?
No, questa è merda.

Ma nel vero senso della parola tra l’altro.

Il grave è che questi numeri portano ulteriormente in alto l’ego delle persone e, per come sono strutturate attualmente le piattaforme, che io prenda 4mila like perché ho sconfitto l’HIV con un vaccino o perché mio figlio ha fatto un Pollock sulla parete perché ha mangiato stracchino scaduto, a livello di engagement non cambia nulla. E così la persona che pubblica effetti collaterali intestinali, che non ha necessariamente competenze specifiche in nulla (e non c’è da vergognarsene) si sente in diritto di dire la sua su tutto. Anche sul vaccino contro l’HIV, che a suo dire è una merda.
Più che altro perché su questa tematica è incentrato il suo piano editoriale.

Il livello “giocoso” delle stories è fatto in modo tale da avere un botto di interazioni e di stare tutto il giorno sulla piattaforma a perdere tempo. “Ma tu lo fai per lavoro” mi dicono in molti. Si, stocazzo, anche. Ma è lavoro chiedere su un sondaggio “vostro figlio fa la cacca dura o la cacca molla?” (seguono 170 risposte), no perché il livello è questo e questo porta engagement e di conseguenza lavoro. Poi magari il brand di turno anche ti sponsorizzerà i pannolini, che voglio dire è un bel botto di soldi risparmiati, però che immagine di merda ti dai verso il mondo.
Ma magari non interessa. Non so.

Altri mi dicono “devi fare le stories in cui parli di questo, di quello, di quell’altro: alla gente interessa“. E anche lo faccio. O almeno ci provo.
Ma poi prima di postarle mi dico “ma veramente? Ma così male? Ma a chi frega di questo?E butto via tutto“.

Ma tu devi pubblicare quello che ti piace, non quello che piace agli altri“.
SEEEEEEE.
Bella raga, ma chi credete di coglionare? Quella di realizzare quello che esclusivamente ci piace, a prescindere dai feedback, è una cosa che portavamo avanti facendo graffiti, perché tanto che piacessero o meno vi stavano sulle balle comunque perché erano illegali. Ora che street art e graffiti-writing sono entrati nelle gallerie e ci gira il cash attorno, è stato sputtanata anche quella filosofia in favore del mercato.
Figuriamoci nelle vetrine dei social.

Nessuno pubblica su Instagram quello che vuole, ma quello che funziona. O che gli sembra essere di tendenza. A meno che non lo usi veramente per scopi personali, ma se vuoi avere un ritorno e dici di pubblicare solo quello che piace a te o sei un creatore della madonna, ma ce ne sarà uno ogni 10 milioni, oppure ti piace così tanto ricevere i like che alla fine ti sei auto convinto che lo fai perché lo vuoi tu, non rendendoti conto che invece che ti piace perché piace.

Un social dovrebbe essere fatto per comunicare quello che facciamo, mostrarlo al meglio e stringere rapporti con altri. La situazione attuale invece è che io devo creare quello che funziona e passare tutto il giorno on-line, per averne un qualche ritorno. Ma quindi o faccio un lavoro, o seguo un social. O faccio entrambi male. Ma avete mai fatto un paio di conti? A meno che non ci si tiri fuori il real cash, e non accade spesso, se andassimo a dividere il ritorno che abbiamo, per le ore impiegate per riceverlo, la paga oraria dei biciclettari del food delivery diventerebbe roba da ricchi.

Per la mia piccola memoria storica, la piattaforma salta quando la massa arriva. Anche Twitter era bellissimo, un luogo in cui si stringevano amicizie, ci si scambiavano idee e opinioni. Poi la massa ha deciso che per essere famoso dovevi fare live tweet del programma televisivo del momento o sputtanare il politico di turno. Ed è andato tutto a troie.

Ora non ditemi che vi fate le foto natalizie con le lucine bianche di ikea avvinghiate attorno ai polpacci perché vi piace, perché sarebbe veramente un caso incredibile che fino allo scorso anno tutti mettevano le lucine sull’albero (e tendenzialmente colorate) e ora le avete tutte esclusivamente bianche e che vi scendono dalle mutande.
Basta essere onesti: lo faccio per i like, perché mi porta un ritorno e perché di mio non ho un cazzo da dire.
Questo crea influencer vuoti come le bolle di sapone, belli da vedere ma con pensieri più nulli del vuoto pneumatico, che sentenziano minchiate perché l’avere like dà loro idea di poter avere un’opinione su tutto, scavallando chi magari di quel campo è colto ma non ha numeri sui social.

Vabè tutto questo per dire cosa, niente.
Tante stories per niente, avevo solo un’oretta di tempo libero, una tastiera sotto le dita e ve l’ho buttata giù come la penso.
Si, sono vecchio, triste e stanco.

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