Ode a Djamolidine

Andare in bicicletta lungo la pista ciclabile di Monfalcone è praticamente un’utopia.
Dovete sapere che mentre i marciapiedi sono vuoti, nelle piste ciclabili convogliano miriadi di bengalesi intenti a farsi bellamente i fatti loro, nubifragi di bambini napoletani che giocano a street-football sognando di diventare i nuovi Insigne e greggi di monfalconesi, fermi e mentalmente dispersi che pensano in loop il mantra del “monfalcon no xe più quela“. Non capendo che Monfalcone non è mai stata quella, non è mai esistita, quella è Utopia.
Ah si, ci sono pure i ciclisti.
I ciclisti vanno a 8 km/h, quando va bene, e occupano la ciclabile più e peggio dei pedoni di cui ho appena parlato.

pista ciclabile monfalcone

Sopravvivere attraversando la città tenendo un’andatura regolare non è semplice: bisogna attenersi ad un paio di regole di vita, di sopravvivenza e di legge della giungla.
Intanto bisogna prendere atto che il campanello non serve a niente.
Tu puoi scampanellare manco fossi un branco di chirichetti addetti a far suonare a festa le campane della cattedrale di Notre Dame, che nessuno ti si filerà neanche un poco. Devi cambiare tattica e tornare alla preistoria: devi urlare.
Non importa tanto il che cosa urli, ma il come, e cioè forte.
Devi immedesimarti in Caronte che per far salire le anime dei dannati prima di portarli dalla parte opposta dello Stige li percuote con il remo e gli urla improperi. Togliamo la parte delle percosse, censuriamo quella degli improperi, ma manteniamo il mood. Dovete essere iracondi ed indomabili. Ed urlare come delle bestie.
Ok, ci siamo.

Ma tutto questo non è sufficiente, serve un secondo punto. Importantissimo. Ed è la posizione dei gomiti.
Dovete pedalare come dei forsennati, urlare come dei diavoli e tenere i gomiti sporgenti in fuori manco foste un velocista al Giro d’Italia in una delle prime tappe. Non nella tappa finale in cui sono tutti stanchi e vogliono solo tornare a casa, ma tipo in una di quelle della prima settimana di corsa, dove sono tutti incazzati neri e vogliosi di vincere. Ecco, lo spirito e quello.

Ma quando parlo di velocista vero, non parlo di Cipollini.
Cavolo, il Re Leone era forte eh, forte di brutto. Ma le volate gliele tirava Martinello che spompava tutto il gruppo mettendosi davanti come una moto a 60 all’ora, ai 200 metri si spostava per morire di embolia e li usciva il Cipolla che tirava la rumba e arrivava con 18 biciclette di vantaggio a mani alzate e sorriso a 98 denti. 500 foto per i fotografi e sesso post tappa con 12 modelle. Un grande.
Chi si ricorda il ciclismo anni novanta sa che il vero velocista era, ed è tutt’ora, uno soltanto. E sto parlando dell’indimenticabile Djamolidine Abdoujaparov, ubzeco.
Formatosi nella steppa, sopravvissuto al terribile inverno russo che fermò Napoleone e Nazisti durnante il loro incedere, il giovane Djamolidine fu l’unico musulmano della nazionale sovietica. Il che a quegli anni ti forgiava più che un maniscalco intento a creare Excalibur.


Djamolidine era un velocista vero.
Mentre il Re Leone negli ultimi 5 km aveva una squadra con i contromaroni davanti a fargli il treno, e metro dopo metro un gregario moriva di infarto per tenere alta l’andatura, Abdoujaparov era inesorabilmente solo. Solo come quando era nella steppa a cacciare conigli in bici per mangiare a cena, solo contro tutti.
Succhiava ruote, percuoteva gente, scagliava gli avversari contro le transenne e vinceva.
Era rognoso, cattivo e nessuno capiva che cacchio dicesse quando parlava.
Però vinceva. Vinceva di brutto, vinceva di cattiveria.
Figlio di una Unione Sovietica oramai tramontata, l’indimenticabile Djamolidine è il prototipo del velocista vero e il professionista cui tutti i giovani dovrebbero aspirare per percorrere la pista ciclabile in quel di Monfalcone.

 

stailuan

Andrea "Style1" Antoni è un grafico freelance ed un graffiti writer, ambassador di GoPro e Roberto Ricci Designs. Scrive post a tempo perso e perde tempo scrivendo post, ma vive di grafica. Nel febbraio del 2015 è uscito il suo primo libro "Trova la tua identità su Instagram e condividi foto uniche", pubblicato da Dario Flaccovio Editore. Nel 2017 è diventato per tutti "il grafico che gira il mondo fotografando le mazzette pantone" grazie all'improvvisa viralizzazione del suo progetto Instagram #STAILtone. More info

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